I venti della guerra civile in Etiopia

Dec 2, 2020 | Opinions, Zadig

Le cronache internazionali, in questi giorni, hanno informato del fatto che le truppe federali etiopi hanno occupato la città di Makallè, capoluogo dello Stato-Regione del Tigrai, dopo che era stato deposto il governo del Tigrai, il cosiddetto Stato n.1 a nord dell’Etiopia da parte del governo Centrale.

Mentre all’inizio di novembre era stato reso noto l’attacco sanguinoso a soldati dell’esercito federale proprio nei dintorni del capoluogo, da parte di miliziani del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, dei risultati militari di questo ripristino dell’ordine federale non è stata data notizia.

Il contenzioso fra i tigrini e le altre popolazioni, che formano il mosaico complesso del popolo etiope, hanno origini antiche ma l’esito vincente della resistenza e della destituzione del Derg, il governo etiope controllato dall’Unione Sovietica fino agli anni Ottanta, ha costruito in quaranta anni una egemonia politica di diversi movimenti politici con matrici marxiste-leniniste che poi dal 2000 in avanti hanno controllato il governo dell’Etiopia in chiave nazionalistica.

Nelle ultime elezioni politiche del 2015 la coalizione del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope ha conquistato tutti i seggi parlamentari disponibili. Il problema è che con l’arrivo al premierato di Abiy Ahmed Ali, leader dell’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo (maggioranza etnica da sempre bistrattata nel nuovo assetto rivoluzionario del Paese) il gioco politico è cambiato perché il Premio Nobel per la Pace (che ha aperto nuove relazioni non più conflittuali con lo storico nemico rappresentato dal governo dell’Eritrea) dal 2018 è entrata in crisi la coalizione politica di fronte alla prospettiva affermata l’anno scorso di fare nascere un Partito della Prosperità Nazionale e non una coalizione di vecchi partiti di sinistra radicale.

Del resto l’intento dell’ex-militare ora economista Abiy Ahmed Ali è anche quello di aprire un nuovo processo economico-sociale più aperto alle incursioni del mercato e a delle privatizzazioni rispetto ad una ortodossia di eredità rivoluzionaria ma che continua a relegare il 60 per cento della popolazione etiope in una soglia di povertà e che raggiunge a malapena un reddito corrispondente a 760 dollari Usa in un anno pari a 634 euro per singolo abitante.

Solo che la fine della coalizione del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, se ha coalizzato comunque il partito democratico degli Oromo, il Movimento Democratico Amhara e il Movimento Democratico dei Popoli del Sud ha invece scontentato fino al ritorno ad una fase di ribellione del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai che è l’unico delle quattro formazioni politiche a non avere partecipato al progetto costituente del nuovo partito democratico nazionalista del Premier Abiy Ahmed Ali.
Il Tigrai però pur essendo un’area del confine nord con l’Etiopia ha un basso numero di abitanti, circa 5 milioni e rappresenta non più del 5 per cento della popolosa nazione che fu colonia italiana.

Superata storicamente la opzione secessionista che i Tigrini avevano sollevato durante la guerra contro il governo sovietico del Derg i venti di guerra civile che soffiano costituiscono comunque un problema e anche una macchia sul nuovo corso che il neo premier Abiy Ahmed Ali ha saputo rappresentare in questi ultimi due anni.
L’apertura ad una Etiopia più moderna, dentro al sistema economico e sociale filo occidentale non è una passeggiata in una nazione che ha bisogno di evitare le terribili e devastanti accadimenti del suo passato: fra storici tentativi di secessione interna ma anche di conflitti con la nazione amica-sorella dell’Eritrea che ha pure beneficiato di annessioni negli anni scorsi di parziali territori storicamente facenti parte del Tigrai.

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