Il puzzle del Libano non si ricompone

Dec 9, 2020 | Opinions, Zadig

Il 50enne Saad Adin Hariri, già per tre volte premier del Libano, è stato incaricato per la quarta volta di dare vita a un nuovo governo su nomina del presidente Michel Aoun, ex-generale dell’ala cristiano-maronita libanese. Il governo ha solo 65 voti sui 128 seggi. Oltre al suo Movimento al futuro, Al Mustaqabal, di orientamento religioso sunnita e politicamente liberal capitalistico si è associato nel voto anche il partito socialista progressista druso di Walid Jumblatt e il partito di orientamento religioso sciita di Amal, mentre gli ex alleati di Fpm ed Hezbollah si sono astenuti.

Un anno fa erano incominciate grandi proteste popolari per il caro vita contro il terzo governo Hariri, anche perché per poter dare garanzie agli aiuti internazionali impellenti garantiti dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Europea degli Investimenti e dall’Arabia Saudita il premier sunnita aveva presentato un piano economico molto rigoroso ma anche molto gravo per la popolazione siriana: un carico di Iva che saliva di fatto dal 4 al 15 per cento, la compressione di salari e di stipendi, l’eliminazione degli aiuti di Stato alla popolazione sul prezzo dei carburanti e dei medicinali, il contenimento degli aumenti dei prezzi di prima necessità tenendo presente che il cambio della lira libanese è sintonizzato sui movimenti del dollaro Usa. Nella prima metà del 2020 il tasso di povertà riguarda il 55 per cento della popolazione e quando questo tasso fisiologicamente il 40 per cento quale che sia il Paese la pace sociale è fortemente compromessa.

Il debito pubblico è ormai arrivato al 160 per cento sul Pil ma alcune riforme richieste dalle autorità finanziarie internazionali come quella sul sistema bancario e la riorganizzazione della giustizia sono tuttora disattese.

L’enorme attentato del 4 agosto scorso al porto di Beirut, con 200 morti e 6.500 feriti se ha bruciato due premier: Hassan Diah e poi Moustapha Adib non ha chiarito fino in fondo la propria matrice. Un attacco di parte israeliana, ma non certo a tutt’oggi, una tragica coincidenza per la presenza di un grande deposito di esplosivi della componente Hezbollah iraniana da anni presente in Libano. O la combinazione fra queste detonanti presenze proprio nel porto della capitale libanese?

Il puzzle tenta di essere ricomposto affidandosi al sarto Hariri che però ha uno sponsor storico usurato e malvisto: l’Arabia Saudita.

La verità è che la guerra civile che oppose per anni nel secolo scorso le componenti etniche e religiose fiaccò l’economia libanese e i cocci di questa disperazione non si sono ricomposti. Anche se la Pace ha consentito una coesistenza fra componenti sciite, sunnite, cristiano-maronite le potenze alle spalle di Iran e Arabia Saudita, come quelle di Francia e Usa lasciano assai poco spazio alla crescita di un’autonomia della società civile e politica libanese. La spasmodica attesa entro la fine di questo anno di 2 miliardi di dollari sul Mercato finanziario per evitare un default che minaccia dal 2011 il Libano è la spada di Damocle che può mettere la fine anche al quarto governo Hariri e ampliare la protesta che ha un fondamento sociale ma anche strumentalizzazioni.

La regola per Zadig è che bisogna evitare di essere ricattabili economicamente se si vuole avere l’ambizione di chiamarsi Terra dei Cedri.

Share This